La Casa Famiglia S. Giuseppe di Vimercate, una RSA…Intervista al Direttore, dott. Roberto Zini – Seconda parte

Continuiamo a parlare con il dott. Roberto Zini, Direttore della Fondazione CFSG, che ci fornirà un po’ di “numeri”, i quali meritano un’attenzione particolare: sono riferiti a persone, pertanto importantissimi…

Dott. Zini, approfondiamo un po’ i dati sui servizi attualmente offerti?

Nonostante la mia formazione non amo particolarmente i numeri per descrivere la nostra Casa, perché un po’ freddi e impersonali… vediamo però di dargli un contenuto di “umanità”.
Inizierei dai dipendenti, il vero cuore pulsante della Casa: coloro che gli danno vita e dai quali dipende la qualità dei servizi resi. Oggi la Casa occupa 125 persone che lavorano direttamente con la Fondazione, e circa altre 30 che invece lavorano per imprese appaltatrici dei servizi che la Casa ha scelto di esternalizzare. Come si vede dai numeri in questi ultimi 10 anni è stato fatto uno sforzo sia economico che organizzativo per “internalizzare” quanto più possibile tutti i servizi, un po’ in controtendenza rispetto alle scelte attuate dalla maggior parte delle altre RSA Lombarde. Ciò dipende dal fatto che riteniamo che una gestione diretta degli Operatori permetta una maggiore fidelizzazione, e la possibilità di operare in maniera più efficace sulle leve motivazionali.

Ovviamente la gestione del personale è la parte più complessa ma anche la più importante della conduzione di una RSA, sia perché costituisce più del 70% dei costi di bilancio (2.300.000 € circa nel bilancio 2015) sia perché – come già detto – da esso dipende la qualità dei servizi resi.

Consapevoli che solo del personale “sereno” può offrire servizi qualitativamente apprezzabili curiamo molto sia le indagini sul clima organizzativo (cui seguono sempre azioni correttive atte a fronteggiare i motivi di maggior malessere), sia la formazione che ritengo sia il principale e più potente strumento a disposizione degli organi direttivi per indirizzare positivamente l’attività degli Operatori (anche perché risorse per incentivi economici non ce ne sono e gli strumenti repressivi/disciplinari sappiamo tutti che sono armi spuntate in partenza).

Sempre a titolo di esempio nel corso del 2015 la Casa ha erogato 1.664 ore di formazione, con una media procapite di 18 ore per dipendente.
Negli ultimi anni abbiamo intrapreso anche numerosi studi e ricerche per valutare sia la qualità dei servizi resi sia l’efficacia dei progetti intrapresi, alcuni sviluppati autonomamente (ad esempio quello sull’efficacia delle terapie non farmacologiche), molti altri portati avanti in collaborazione con l’Osservatorio delle RSA istituito presso l’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza.

La collaborazione con l’Osservatorio mi è stata molto utile negli anni sia per mantenermi aggiornato sulle più moderne metodologie di management sia (e soprattutto) per la quantità e la qualità dei dati che lo stesso fornisce alle RSA aderenti, frutto delle analisi  costantemente elaborate dai qualificati docenti dell’Osservatorio.

A titolo di esempio ricordo, le analisi di bilancio annuali, gli indicatori di performance elaborati annualmente dal 2009 ed utilissimi per un raffronto sulla qualità dei servizi resi con le altre RSA, la ricerca sul benessere degli Operatori e quella sulla qualità di vita in RSA, ultima in ordine di tempo e probabilmente una delle più interessanti.

Ritengo che il confronto costante con realtà simili sia molto importante per una gestione efficace ed efficiente e per attuare un controllo di gestione utile al contenimento dei costi.

Negli ultimi anni si parla spesso di “Spending Review”: personalmente ritengo sia sbagliato e in buona parte una moda. La spending review si può fare solo se ci sono sprechi (e quindi se non è stato fatto precedentemente un oculato controllo di gestione) oppure riducendo proporzionalmente la qualità dei servizi. Quindi piuttosto che “tagliare” i costi è meglio stare attenti a ogni euro che si spende ed a come lo si spende, ed in questo il raffronto con altre realtà è fondamentale, avendo l’umiltà di imparare da chi riesce a fare certe cose meglio di te o a costi più contenuti.

Anche la storia economica ci insegna che i grandi distretti industriali che hanno fatto grande l’Italia negli anni della ricostruzione, sono nati e si sono sviluppati grazie alla collaborazione di tante piccole imprese che si scambiavano segreti e suggerimenti sulle migliori lavorazioni.

 

Adesso entriamo più nel dettaglio dei nuovi servizi…
Dallo scorso anno, anche per rispondere adeguatamente alle crescenti richieste degli Enti di Vigilanza e Controllo, ci siamo dotati di uno strumento informatico innovativo, che è molto più di una cartella clinica informatizzata, ma un vero e proprio strumento di lavoro e di organizzazione.

L’applicativo (denominato “Tuttixte”) permette di schedulare tutte le attività che devono essere svolte sia per gli Ospiti (esempio alzata, igiene, prelievo ematico, ecc.) che di carattere generale. Così l’Operatore, aprendo la sua pagina personale sul tablet in uso, può vedere l’elenco delle attività da compiere riducendo di molto la possibilità di errori o dimenticanze. Dopo ogni operazione deve semplicemente toccare lo schermo in corrispondenza dell’attività eseguita e la stessa viene registrata. In questo modo è sempre possibile sapere cosa è stato fatto, quando, e da chi.

L’introduzione di tale sistema non è stata semplice, ma sicuramente molto meno complessa di quanto avrei potuto immaginare all’inizio e tutti gli Operatori hanno collaborato attivamente superando difficoltà e resistenze.
Abbiamo già accennato all’inizio della “RSA APERTA”…
Comincerei dicendo che in qualità di Direttore non posso che affermare che sia un incubo: una delle cose più difficili che ci sia mai stato chiesto di fare. In qualità invece  di prossimo e potenziale utente (Roberto: sei esagerato!) devo però dire che è un servizio bellissimo  e che sono veramente contento che Regione Lombardia abbia implementato e finanziato una misura così utile per le famiglie che si ritrovano ad assistere un anziano non autosufficiente.

Dalla nostra esperienza le tre parole che meglio sintetizzano questo servizio sono: Flessibilità, Famiglia, Empowerment.

Il primo caposaldo è l’estrema flessibilità del servizio:  qui la difficoltà di strutture tendenzialmente rigide come le RSA ad adeguarsi a tale forma di erogazione, viene messa veramente alla prova.

Per quanto negli ultimi anni si siano (fortunatamente!) affermate positive modalità di personalizzazione delle cure (primo fra tutti il PAI), le nostre RSA continuano ad operare secondo piani di lavoro predefiniti ai quali gli anziani (volenti o dolenti) devono adeguarsi. Nella “RSA APERTA” non esiste invece uno schema predefinito, ma sono gli Operatori a doversi adattare alle esigenze della famiglia e dell’anziano, ovvero al cosiddetto PI redatto dagli Operatori dei servizi territoriali di ASST e Comuni. Con un espressione un po’ provocatoria sono solito dire che con la RSA APERTA si passa dall’ “Ente Gestore” (bruttissima espressione molto usata dal nostro legislatore regionale),  all’ “Ente Servitore” (Roberto: bravo e realista!!).
…e dai numeri torniamo sulle riflessioni…
Tale passaggio se non adeguatamente governato è molto pericoloso, perché passare dalla flessibilità al caos il passo è breve. Quindi l’esigenza primaria è quella di conciliare flessibilità con organizzazione.

Inoltre per alcune figure professionali (tipicamente quelle sanitarie più strutturate e più cariche di responsabilità professionale) adeguarsi a tale flessibilità risulta molto difficile, perché in qualche modo vengono meno le garanzie offerte dal lavoro in struttura.

Per questo motivo abbracciare la scelta di fare la “RSA APERTA” vuol dire investire molto anche in formazione, perché esportare al domicilio modelli assistenziali che funzionano in struttura non è sempre così facile né immediato.

La seconda parola chiave è famiglia, perché è lei la vera protagonista di questo progetto. Nella nostra esperienza si sono presentate nella maggioranza dei casi situazioni complesse proprio perché alla disabilità dell’anziano si accompagna una famiglia problematica che non è in grado di gestire la situazione.

Si spiega, di conseguenza, la terza parola chiave che è empowerment. Il servizio di RSA APERTA  (proprio per la limitatezza delle risorse disponibili) non può pensare di risolvere autonomamente i problemi assistenziali di una famiglia: deve quindi valorizzare quelle – spesso scarse – risorse famigliari presenti, per rendere almeno accettabile la qualità di vita.

Anche per questo servizio abbiamo voluto valutarne l’efficacia. Abbiamo quindi “sfruttato” l’occasione di una studentessa in cerca di un argomento per la tesi di laurea, le abbiamo affidato la somministrazione di due scale validate per la misurazione dello stress del care-giver (CBI e RSS) all’inizio del servizio e dopo 4 mesi, rilevando una riduzione di tutti gli item di stress, ma in particolare del Burden sociale e del Burden emotivo: segno che, le famiglie supportate, se anche talvolta non hanno avuto il sostegno materiale sperato, però si sono sempre sentite meno sole nell’affrontare le difficoltà.
Roberto, dott. Zini… avrai sicuramente una visione sul futuro delle RSA in Lombardia…
Domanda difficile! Siamo sicuramente ad un punto di svolta, forse non tanto (o non solo) per le nuove normative nazionali e regionali, ma perché dati gli andamenti economici e demografici (meno risorse e più anziani), nel futuro sarà inimmaginabile offrire agli anziani di domani ciò che stiamo offrendo oggi.

E’ quindi necessario ripensare al nostro ruolo della RSA nella società di domani. Come dicevo all’inizio, Casa Famiglia San Giuseppe è passata dall’essere un ospizio ricavato da una stalla e con l’assistenza di tre volontarie, ad una RSA che affronta quotidianamente complessi problemi sanitari ed occupa più di 150 persone retribuite. Nei lustri i suoi amministratori hanno avuto la capacità di innovare e restare al passo con i tempi, garantendo nel tempo non solo la sopravvivenza, ma anzi lo sviluppo. Ora dobbiamo essere capaci di fare altrettanto in questo momento storico.

Come sempre è meglio gestire il cambiamento che subirlo. Penso pertanto che se noi e le associazioni che ci rappresentano sapremo fare proposte credibili, sarà possibile costruire un futuro da protagonisti, nel quale magari cambieremo le modalità di erogazione, ma manterremo vivi i valori e lo spirito originari.
Sono certa di avere offerto un’intervista ricca di qualità, passione, concretezza: ringrazio il dott. Roberto Zini per averci comunicato tanti contenuti tecnici e tanta attenzione agli utenti e alle loro famiglie, riservando altrettanta cura agli Operatori.
GRAZIE a ROBERTO E AI NOSTRI LETTORI
dr.ssa Vincenza Scaccabarozzi